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Autentico, sincero, social. Intervista a Simone Bennati

Simone Bennati

Anni fa, quando aprii il mio account Twitter, uno dei primi utenti che iniziai a seguire fu un Blogger dalla biografia piuttosto chiara e decisa: “Tu non hai internet, tu SEI internet!”.

All’inizio il mio follow non venne ricambiato, ma io continuai comunque ad apporre valanghe di cuoricini ai suoi tweet, nonché a condividere gli articoli che pubblicava su Bennaker.com.

Poco più tardi, scoperta la pagina Facebook del blog, ebbi anche accesso a “Ciccio, senti ‘na cosa”, gruppo di cui era ed è tuttora amministratore e il cui scopo è quello di far incontrare domande e risposte inerenti mondo del Web, con particolare riferimento al Social Media Marketing e il Digital Advertising.

Passò ancora del tempo e, un bel giorno, questo strano personaggio cominciò a seguirmi a sua volta, per poi aggiungermi anche come amica su Facebook. È allora che ho avuto modo di conoscere il vero Simone Bennati: non solo un professionista del digital, ma anche una persona di cuore.

Ammetto di essere molto emozionata. Lo ospito in casa di altri amici, quelli di GMPhotoagency, perché a noi condividere e collaborare piace un sacco!

Detto ciò, permettetemi di presentarvi Simone: romano, 37 anni, Social Media Manager e dannato quanto basta.

Buongiorno Simone e benvenuto nel salotto virtuale di GMPhotoagency. Anche se ho fatto la mia introduzione, vorrei comunque rispondessi alla classica domanda di rito: chi è Simone Bennati? Spiegacelo tu stesso!

Ciao Paola e un saluto ai lettori di GMPhotoagency

Premesso che quanto hai scritto su di me supera i limiti del lusinghiero, provo ad aggiungere qualcosina.

Simone Bennati
Simone Bennati

Dopo un lungo percorso formativo e professionale come Grafico e Web Designer, il mio interesse per il Web ha drasticamente virato in direzione dei Social. Questo, ormai più di 5 anni fa, mi ha portato dare vita al blog Bennaker.com, spazio in cui ancora oggi riporto i risultati dei miei esperimenti, le mie scoperte e la mia visione del mondo del Digital Marketing.

Oggi sono attivo come Social Media Manager freelance, ma spesso mi capita di essere coinvolto in attività in cui le mie conoscenze di grafica e web design tornano comunque utili. 

Il fatto di aver switchato da un ruolo all’altro mi permette di avere una visione panoramica piuttosto ampia della comunicazione online, alla quale vanno a sommarsi un’innata passione per la scrittura e un nascente interesse per i mondi virtuali, specie in ottica formativa.

Insomma, tra social, visual, copy e virtual, il 97% della mia attenzione è concentrato su cose digitali; con il rimanente 3% equamente distribuito tra cocktail, roba da metallari e carbonara.

Spesso condividi con chi ti segue, a titolo gratuito – e con grande etica umana e professionale, aggiungo io – app e piattaforme online di utilità sociale, come quelle dedicate alla lotta allo spreco alimentare. Capita, a volte, che qualcuno ti chieda perché lo fai, visto che non ti entra niente in tasca. Hai voglia, quindi, di spiegarci cos’è che ti spinge a farlo?

Beh, innanzitutto vorrei specificare che, prima di condividere le mie scoperte con coloro che mi seguono, è mia cura verificare la validità e il corretto funzionamento di ogni singola app, piattaforma o software.

Nel caso di Too Good To Go, ad esempio, prima di cominciare a parlarne sui social, mi sono premurato di effettuare un primo acquisto, al quale se ne ne è poi aggiunto un secondo, un terzo, un quarto e così via. E sono rimasto ogni volta più che soddisfatto. 

Il motivo per cui, dopo aver testato un prodotto o servizio, decido di condividerlo con gli altri è semplice: se qualcosa mi ha risolto un problema o portato giovamento, allora è possibile che faccia lo stesso con Mario, Carlo, Francesca e molte altri ancora. Vien da sé che, affinché questo accada, è necessario che qualcuno informi queste persone ed è qui che entro in gioco io, portando l’informazione dove penso possa servire. Il resto è solo una mera conseguenza.

Permettimi di aggiungere che non c’è niente di male a voler suggerire qualcosa di utile al prossimo. È un’attività che, se ci pensi, facciamo già in modo spontaneo con gli amici. Fare lo stesso tramite i social non è molto diverso e, se questo può portare giovamento a coloro che mi seguono, nonché alle realtà di cui parlo, allora ben venga. 

Ora ti faccio una domanda un po’ piccante su un argomento piuttosto delicato: i finti influencer. Cosa ne pensi a riguardo?

A dire la verità, credo che ognuno di noi sia un influencer. Dipende tutto dal tipo di pubblico a cui ci si rivolge e si prende come riferimento.

Moltissimi di noi, ad esempio, hanno subito e subiscono tuttora l’influenza dei propri genitori. Stesso discorso per quanto riguarda gli amici ai quali siamo soliti chiedere suggerimenti.

Insomma, l’essere o non essere influencer dipende dal tipo di ascoltatore con il quale ci si interfaccia, nonché dal rapporto che si ha con lo stesso. Una persona che ci stima e vede in noi una certa competenza tenderà a seguire le nostre indicazioni. Chi, invece, ci conosce solo superficialmente o non vede in noi alcuna competenza si guarderà bene dal farlo. È normale che sia così.

Se, poi, con l’espressione “finti influencer” ti riferisci a coloro che sono attivi sui social millantando un folto seguito, posso solo dire che prima o poi i nodi vengono  al pettine, quindi è giusto che ognuno si prenda la responsabilità di ciò che fa e di come lo fa.

Passiamo oltre e facciamo un salto in un altro mondo, quello di AltspaceVR: una piattaforma di realtà virtuale in cui, in un certo senso, ti sei trasferito da un po’. Ti va di spiegarci cos’è e come funziona?

Come hai giustamente anticipato tu, AltspaceVR è una piattaforma di realtà virtuale, il che significa che parliamo di un mondo in 3 dimensioni in cui gli utenti sono rappresentati da avatar e a cui, nel caso specifico, è possibile collegarsi tramite PC o appositi visori.

Ho scoperto AltspaceVR all’inizio di marzo 2020, poco prima che iniziasse il lockdown dovuto all’emergenza Coronavirus. Per me che ho mosso i primi passi nel metaverso quando è esploso Second Life (anno 2006), tornare a esplorare i mondi virtuali e a incontrare gente proveniente da ogni angolo del globo è stato davvero emozionante.

Una volta appresi i rudimenti della piattaforma ed effettuati i primi test, tanto è stato l’entusiasmo che ho deciso di dare vita a Italiani su Altspace, gruppo Facebook indirizzato a coloro che desiderano approcciare a questa piattaforma ed incontrare altri appassionati.

Oggi Italiani su Altspace conta più di 100 iscritti e viene utilizzato principalmente per condividere news, eventi e guide, nonché per portare all’attenzione della comunità tutto ciò che può essere utile alla sua crescita.

Guardando alle possibilità offerte dalla piattaforma, posso dirti che AltspaceVR permette non solo di creare ambienti virtuali totalmente personalizzabili (case, aule, parchi, locali, etc.), ma anche di organizzare eventi di ogni tipo, come sessioni di formazione, concerti, comizi, presentazioni, riunioni aziendali e molto altro ancora. L’unico limite, come si suole dire, è la fantasia. Basta avere un collegamento Internet e un PC o visore.

Secondo te, il provare a utilizzare questa piattaforma può cambiare l’approccio al concetto di realtà virtuale nel suo complesso? E se sì, in che modo?

Quando si parla di realtà virtuale e mondi tridimensionali, il pensiero corre veloce ai videogiochi. Farlo, però, significa avere una visione estremamente parziale di questa tecnologia.

Ci sono aziende che, ad esempio, sfruttano la realtà virtuale per fare formazione e training. Altre, invece, ricorrono a queste piattaforme per organizzare incontri professionali con collaboratori, clienti e fornitori sparsi in giro per il mondo, con un enorme risparmio di tempo e denaro.

Tutto sta nel comprendere che la realtà virtuale non è solo per giocare, ma permette di vivere esperienze ad altissimo livello di immersività, le quali possono essere adattate a innumerevoli esigenze e situazioni.

Di virtuale, quindi, c’è solo l’ambiente. Ciò che accade al suo interno, invece, è più che reale.

Parlando sempre di realtà virtuale, pensi che gli utenti italiani siano pronti ad accettare questa sfida? Oppure hai la sensazione che il pubblico non siano ancora sufficientemente maturo?

Come dicevo poc’anzi, considerare la realtà virtuale dal solo punto di vista ludico è oltremodo limitante, e purtroppo sono tanti gli italiani che fanno questo errore.

So benissimo che approcciare alle nuove tecnologie richiede tempo, una strumentazione adeguata e, soprattutto, una gran voglia di farlo, ma se si vuole rimanere al passo coi tempi non è più il momento di rimandare. E lo dico in primis a coloro che vorrebbero sfruttare la realtà virtuale in ottica business. Vero è, infatti, che le stime ci dicono che nel 2025 ben 1 miliardo di persone sarà connesso a qualche piattaforma di realtà virtuale. È il 2025 è praticamente dietro l’angolo…

Ancora oggi, a 12 anni di distanza dall’arrivo in Italia, ci sono aziende che non si sono mai affacciate su Facebook. E lo stesso potremmo dire per Instagram, LinkedIn, Google Maps e una miriade di altri servizi online. Davvero vogliamo perderci in una nuova e infinita attesa? Davvero vogliamo attendere che anche questa tecnologia diventi di massa, prima di prenderla seriamente in considerazione?

Per una volta mi piacerebbe che tra i pionieri dell’hi-tech ci fossimo anche noi italiani, ma dubito fortemente che le cose andranno così come spero. E lo dico pensando, ad esempio, a tutti quelli che ancora oggi mi chiedono come si fa a recuperare la password di Google o a caricare un video su YouTube.

Insomma, non è che in materia di digital siamo proprio sveglissimi e intraprendenti, ecco…

Concludo con una domanda che sono solita fare a tutti i miei ospiti: quali sono i tuoi sogni e progetti per il futuro?

Posso essere sincero?

Non credo che a qualcuno possano veramente interessare i miei sogni e i miei progetti per il futuro. Non che non abbia nulla in mente – per carità, ci sono sempre nuove cose da fare e nuovi obiettivi da raggiungere – però un conto è dire “mi piacerebbe fare questo” o “vorrei fare quell’altro”. Un altro, invece, è mettersi a lavorare a capo chino per ottenere ciò che si desidera realizzare, per poi parlarne solo nel momento in cui tutto sarà pronto.

Ecco, io preferisco muovermi nella seconda maniera.

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