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Re-Start. Il posto sicuro di Flavia Guarino

Flavia Guarino

Esistono posti sicuri. Quelli che ti fanno sentire protetti, quelli che ti nascondono, quelli che ti salvano. Penso al mio, alla famiglia, agli affetti. Penso alla fotografia, all’altro mio posto nel mondo in cui mi sento sicuro.  Siamo nel 2020 e da qualche settimana ci siamo lasciati alle spalle il vecchio anno e lo stress è sempr lì, bello arzillo che ti accompagna senza sosta in quel percorso chiamato vita. 

Quando sono in giro o in agenzia sto sempre molto attento a ciò che accade intorno a me, e non mi riferisco solo alle news nazionali, ma anche quello che “combinano” i miei amici e i miei contatti. 

La maggior parte di loro si occupa di fotografia, comunicazione e musica e quindi spesso raccontano la loro vita professionale sui social in modo da poter essere presenti nelle loro vite anche se magari non ci si riesce più a vedere come un tempo.

 E in questo giro che mi son fatto in questo periodo ho seguito con curiosità un progetto creato da Flavia Guarino, brava fotografa ma che da 6 anni almeno si è lanciata nel mondo discografico come booking agent e tour manager per OTR Live.

Il progetto in questione si chiama Re-Start. A Safe Space for music Mind. Mi incuriosiva già il nome e ho deciso di raggiungerla per scambiare quattro chiacchiere davanti ad un buon caffè. 

Questa volta però, dati gli impegni, era impossibile raggiungerla fisicamente e quindi ci siamo dati appuntamento in una call video.

Ciao Flavia, innanzitutto grazie mille per il tempo che mi stai dedicando. Inizio con la domanda che è alla base dei rapporti umani: come vanno le cose? Come stai?

Stanca fisicamente, ma bene.

[Intanto ci prepariamo entrambi nei nostri studi un buon caffè in modo da poterlo gustare entrambi. Da buoni napoletani preferiamo entrambi quello fatto con la classica macchinetta o addirittura la moka ma il tempo a disposizione è poco e optiamo per un caffè in cialde al volo. ]

Ricordo ancora quando ci siamo conosciuti, 7 anni fa sotto il palco del Radio Entropia Summer Fest. Tu eri  la fotografa ufficiale del festival nonché una delle responsabili di Radio Entropia, una emittente made in Marigliano, creata dalla mente di Ettore Vivo, ed io avevo richiesto l’accredito per poter fotografare l’evento.  Sei sempre stata molto appassionata di musica. Quali sono i tuoi riferimenti musicali?

Ho sempre avuto degli ascolti musicali molto eterogenei. Sono cresciuta, proprio grazie ad Ettore, ascoltando l’hip-hop vecchia scuola, napoletano e non e tanto cantautorato, classic rock, passando senza soluzione di continuità dai 99 posse a Battiato a Bruce Springsteen. 


Crescendo, come tutti quelli della mia generazione che hanno vissuto in provincia, ho divorato i dischi dell’alternative rock nostrano tra Verdena, Afterhours, Marlene Kuntz, passando per Massimo Volume, Giardini di Mirò, One Dimensional Man ed altri e legandomi molto invece sotto il punto di vista internazionale al punk, al post punk e alla new wave di cui sono ancora adesso grandissima estimatrice.


Ad oggi mi ritengo un’onnivora: ultimamente ascolto tanta musica elettronica, tanta trap e tanta musica sperimentale e d’orchestra. I preferiti sul piatto (sono anche diventata una collezionista di vinili, nel frattempo) sono Nils Frahm, Piero Umiliani, Tyler, the Creator e i Flaming Lips. Direi una bella miscellanea. 

Flavia Guarino

Intanto ci perdiamo di vista per un po’ e ti ritrovo ad essere una booking agent e tour manager. Com’è iniziata questa avventura nel settore musicale?

Ho iniziato a lavorare nella musica quando avevo 16 anni, proprio grazie a Radio Entropia, che citavi appunto prima. Prima come speaker, poi come assistente, ho aiutato Ettore come assistente di produzione per più edizioni del festival estivo e nel frattempo aiutavo gruppi di amici a cercare le prime date nella zona. Ho anche suonato (sono bassista) ma mi è sempre piaciuto di più stare nelle retrovie, muovere i fili, spingere qualcosa di bello che merita di essere ascoltato. 

Ti ho sempre conosciuta come una persona molto precisa e molto “cazzuta”, qualità che ti hanno poi reso visibile agli occhi delle grosse realtà ed eccoti in Barleys Arts a Milano ed ora OTR Live.. Voglio dire,due delle agenzie di eventi e di management nel settore musicale più grandi a livello internazionale e nazionale . La tua carriera e quindi le tue responsabilità aumentavano e penso anche lo stress. Qual è stato l’impatto di spostarsi in città come Milano e Roma e lavorare per i big? 

Il mio trasferimento a Milano è avvenuto nel momento migliore per me: avevo bisogno di allontanarmi da alcune dinamiche del mio lavoro da freelance e avevo bisogno di confrontarmi con un network molto più grande ed evoluto di quello in cui avevo sempre lavorato. Ricordo che le mie prime due settimane a Milano mi hanno aperto gli occhi, su un modo di lavorare molto più incline al networking e molto più, paradossalmente, “meritocratico”: a Milano se hai un’idea figa puoi portarla a chiunque, a prescindere dal grado di notorietà della sua azienda e puoi ricevere risposta, un parere, una porta aperta. Una cosa del genere prima non mi era mai successa. 


Per quanto riguarda il lavoro in agenzia, lavorare con Barley Arts mi ha dato sicuramente la possibilità di confrontarmi con un vero lavoro in agenzia, imparandone le gerarchie e il modus operandi, ma è stato in OTR Live (per la quale lavoro da remoto, avendo base a Roma) che ho trovato un terreno davvero molto fertile in cui crescere, lavorare e confrontarmi e in cui mi è stata data la possibilità di lavorare sia con grandi artisti sia con progetti più giovani su cui puntare per il futuro.  


L’impatto del lavorare con progetti di questo tipo è sicuramente l’aumento del carico di responsabilità: la posta in gioco aumenta e aumentano anche gli oneri. Il segreto per riuscire a “reggere botta” in questo senso, penso che sia, almeno per me, ragionare step by step sul da farsi, senza mai andare in ansia nè, tantomeno, adagiarsi sugli allori e “cantarsela”. 

[ il caffè è terminato. E urge decisamente una nuova tazza di caffè bollente. Ne abbiamo proprio bisogno per poter reggere i ritmi lavorativi. ]

Flavia Guarino – Re-Start

A proposito di ciò, mi viene da chiederti di questo progetto ReStart – A safe space for music minds, uno sportello psicologico per gli addetti ai lavori nell’industria musicale. Tu sei una delle creatrici di questo progetto. Da dove è nata l’esigenza? 

L’esigenza è nata qualche mese prima del mio primo burn-out, qualche mese dopo essermi trasferita a Milano.  Ero al Great Escape Festival a Brighton e ho scoperto l’esistenza di Music Support UK, sportello di supporto psicologico inglese (patrocinato da artisti del calibro di Robbie Williams e Coldplay) che, all’interno del festival, aveva disseminato delle “safe tents” ovvero degli spazi salvi in cui artisti e addetti potessero avere un supporto vero e costruttivo nel corso della convention e del festival. Ma solo dopo aver vissuto direttamente l’esperienza di un crollo, sotto il punto di vista psicologico, ho pensato che sarebbe stato pazzesco e innovativo portare una cosa del genere anche in Italia, così ho lanciato una call sul gruppo chiuso di Shesaidso e ho trovato Azzurra Funari, mia ex collega dei tempi di MArteLabel che è diventata insieme a me e a Michela Galluccio (amica di vecchia data, psicologa e dottoressa in neuroscienze) una delle fondatrici del progetto Restart – A Safe Space for music minds.  


L’esigenza vera, quella filantropica, nasce dalla necessità di de-stigmatizzare dei luoghi comuni relativi le problematiche del disagio mentale, in particolar modo nel mondo musicale e degli addetti ai lavori. 
Un mestiere del genere è, a tutti gli effetti, oltre che stancante fisicamente, anche logorante mentalmente: molto spesso ci si ritrova a dover essere contemporaneamente un buon addetto, un buon amico, un buon psicologo e un buon dipendente/titolare di azienda. Questa cosa rende il confine tra pubblico e privato, tra lavorativo e personale molto sottile e questa cosa, se non riesci a compartimentarla rischia di diventare logorante su più livelli. L’esatto discorso vale ancor di più per gli artisti che più alzano l’asticella della notorietà più riducono i confini del loro posto sicuro. 

Ecco, l’esigenza da cui nasce Restart è proprio quella di legittimare questi safe spaces. 

Per lavoro mi è sempre capitato di seguire festival e ho avuto modo di “vivere” le difficoltà e lo stress all’interno dell’organizzazione, che sia nella parte legata alla comunicazione e alla direzione artistica  o tecnica. Molti pensano che chi fa musica o lavori nell’industria musicale sia una pacchia totale. Ma basterebbe un po’ andare a cercare quei grandi artisti che non essendo riusciti a gestire popolarità, stress etc, hanno trascorso brutti periodi, o anche crisi profonde se non addirittura altro. 

Per cui ti chi chiedo oggi, nel 2019, statisticamente di quante persone parliamo che ricorrono al vostro sportello psicologico? Quanti addetti ai lavori ricorre all’aiuto terapeutico riconoscendo così di avere davvero bisogno? 

E’ difficile fare una stima attualmente. Con Restart stiamo lavorando, insieme al nostro team di psicologi, anche ad un progetto di ricerca, appunto per avere un dato reale di addetti e musicisti che soffrono di patologie legate al disagio mentale a causa proprio del loro lavoro. 
Sicuramente gli addetti che ricorrono al supporto psicologico al momento sono molto pochi, anche perchè risulta difficile, proprio per lo stigma di cui sopra, accettare una propria debolezza e una fragilità, in un contesto dove bisogna essere necessariamente sempre sul pezzo, pronti, forti e operativi. 

“There is no point in having your dream job if you’re going to let it kill you.” 

Uno inizia a lavorare nel settore che ama e che rappresenta il lavoro dei propri sogni e invece spesso ti porta ad ucciderti. Questa frase l’ho estrapolata dal dossier creato dall’organizzazione inglese Music Support e Help Musicians UK, che ha ispirato la nascita di Restart. E i dati sono preoccupanti in quanto queste crisi coinvolgono spesso anche ruoli manageriali all’interno dell’industria musicale. 

Com’è la situazione invece in Italia? Ma soprattutto immaginavi prima di iniziare a lavorare in questo settore, di ritrovarti circondata da problemi così seri? Tu hai mai sofferto qualche crisi dovuta a stress forte? Se sì, quanto il supporto psicologico ti ha aiutato o ti sta aiutando a gestire e superare il problema?

Come ti dicevo appunto prima, ho avuto un burnout forte nell’estate del 2018. E’ stato un momento che mi ha fatto molto riflettere su quanto dovessi, in qualche modo, allentare la presa su certe cose e focalizzarmi, innanzitutto sulla tutela e la salvaguardia della mia persona e della mia salute mentale, prima di essere un buon agente e un buon manager.  


Quindi ho iniziato un percorso di terapia e mi sono affidata ad una professionista, facendo sì che la terapia stessa diventasse una parte fondamentale e integrante della mia routine, un po’ come lo è il medico di base quando abbiamo l’influenza o problemi fisici “evidenti”, ma non per questo più legittimati ad avere attenzione rispetto a quelli “apparentemente” nascosti della mente. 


Non ho mai tenuta nascosta la mia terapia e i benefici che essa mi ha portato. Ho sempre avuto, anche prima di Restart, un dialogo molto aperto a riguardo e ho scoperto, col tempo, che se alla gente parli normalizzando una cosa che socialmente può sembrare inaccettabile, alla fine un dialogo vero è possibile. Quindi perchè non farlo? 

[ penso a questo progetto e a questo sportello. Penso al coraggio e alle capacità professionali di ragazzi, di professionisti  che prestano anima e corpo ad aiutare colleghi in difficoltà.]

Grazie mille Flavia per il tempo che mi hai dedicato e per l’attività che state svolgendo e ti pongo la domanda finale.

Flavia Guarino
Flavia Guarino

Qual è attualmente il tuo posto sicuro?

Uno dei benefici veri che mi ha portato l’affrontare un percorso terapeutico è stato quello di scoprire che il tuo posto sicuro può essere ovunque, basta sapertelo concedere quando ne senti la necessità: prima mi esponevo senza soluzione di continuità a ritmi e a situazioni iper-stressanti, ponendo i miei nervi molto al di là dei miei limiti. Chiaramente così l’ansia e tutti i disturbi ad essa connessi diventano il primo vero problema da dover affrontare. Adesso, quando sento di aver raggiunto il mio “limite”, faccio una pausa. Spengo il telefono. Leggo un libro. Ascolto un disco. Gioco ai videogame. Scrivo, molto. 

Chiudo skype, mi alzo per prendermi questa volta una tazza di camomilla. Mi reco alla libreria dei cd e scelgo qualcosa che possa poi aiutarmi a terminare l’intervista e prepararmi alla prossima. Continuo a pensare alle parole di Flavia sui numeri e sul progetto che merita di essere davvero seguito a livello nazionale. 

Penso che tutti noi nel momento in cui ci troviamo in crisi oppure viviamo delle difficoltà legate ad ansia o stress debbano parlarne. E non a familiari o parenti che, come detto, non sempre riescono con i loro consigli a risolvere il problema. 

Bisogna rivolgersi ad uno psicologo, ad un estraneo, ad un professionista che riesca innanzitutto a far ammettere di avere un problema serio e ci aiuti a risolverlo. 

Bisogna ripartire, e trovare il proprio posto sicuro.








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