A volte è solo una questione di cappello: Intervista alla content creator Deda Fiorini

Deda Fiorini

Napoli, interno giorno. C’è un via vai di persone in stazione, attese, arrivi, partenze; tutto scorre in modo fluido, nonostante le restrizioni, nonostante le corse, nonostante i respiri affannati dovuti anche alle mascherine. 

Io sono in piedi in un angolo, in attesa di prendere il treno che mi porterà in questa mattina fredda di metà gennaio a Roma per incontrare Deda Fiorini, scrittrice, formatrice, content creator, per una chiacchierata sul suo ultimo libro e sul concetto di creatività. Ovviamente il treno è in ritardo o forse sono io tremendamente in anticipo, come sempre, come ogni volta; ho ancora del tempo e decido di prendermi un caffè, mi sono svegliato presto e sono ancora un po’ preso dal sonno. 

Mi appoggio al bancone e guardo il libro: Storytelling, design thinking, copyrighting: Metodi innovativi di comunicazione creativa per il lavoro e per la vita. Quando l’editore, Flaccovio, me lo ha inviato, ho pensato subito che mi sarebbe piaciuto molto e così è stato; ho contattato Deda per chiederLe se fosse stata interessata per un’intervista ed eccomi qui. Oggi la incontrerò. 

Salgo in treno e fortunatamente c’è poca gente stamane. Amo molto parlare con le persone, osservare, conoscere storie ma di questi tempi, soprattutto in ambienti così chiusi, meglio stare un po’ sereno.

Il treno parte in orario (alla fine ero io in anticipo) e così come dovrebbe essere sempre il tempo scorre veloce così come l’Eurostar e in meno di 1 ora mi trovo a Roma Termini. Ci siamo dati appuntamento in una libreria del centro dove c’è un angolo bar e dei tavolini. Controllo il telefono per la presenza di messaggi. Perfetto, anche lei sta per arrivare in libreria.  Dopo pochi minuti entriamo entrambi e, dopo le presentazioni e il pugno per saluto (quando un gesto semplice  diventa un’esigenza sanitaria, quanto è strana la vita), ci sediamo e ordiniamo un caffè.

Grazie mille Deda innanzitutto per il tempo che ci stai dedicando per l’intervista. Domanda iniziale che di questi tempi è importante ancor di più: come va?

E’ una epoca pesantina. Mi chiedevo l’altro giorno: quante cose avremmo potuto fare in più in questi due anni senza Pandemie…poi la domanda dopo è stata “e chi ha la guerra?”. Non è un pensiero della serie: c’è sempre chi sta peggio ma un ragionamento che mi è sovvenuto davvero in modo naturale.  La situazione sociale, politica, universale influenza la nostra libertà di scelta. 

Quindi come sto…sto limitata ma non inguaiata. 

Facciamo una premessa. Il tuo libro è un manuale adatto a chiunque voglia nutrire la propria creatività e produrre contenuti laterali. Come è nato innanzitutto l’idea del libro e cosa intendi per contenuti laterali?

Io non so esattamente com’è nato il libro e neanche come sono nati i contenuti laterali. Un giorno ero lì che insegnavo social media marketing e mi annoiavo e allora ho iniziato a coinvolgere i miei studenti in degli esercizi più creativi che mi inventavo sul momento.

Questi esercizi sono diventati negli anni dei metodi, poi un libro, poi materie di studio nelle scuole.  Non sono metodica e spesso ho fatto tantissime figuracce nel passato. Il non vergognarmi, il provare continuamente cose nuove mi ha fatto arrivare a fare il lavoro che sognavo. Sembra strano ma è così.

Distruggi quello che hai sempre pensato, frequenta posti che non frequenteresti e parla con persone che non stimi. Spesso le persone non si rendono conto di quanto sia importante “lasciarsi andare” ed uscire dalla propria confort zone, soprattutto quando si deve creare qualcosa. Tu parli di target emotivo. Cosa intendi esattamente? 

Nel lasciarsi andare ed essere quasi in un non livello comunicativo, si arriva ad afferrare quello che è l’essenza delle persone. Il target emotivo abbraccia questo pensiero…è un porsi in ascolto di quello che le persone non sanno in sostanza di volere o di essere. Ma lo sono e lo sentiranno grazie a parole o immagini che accoglieranno.

Finalmente arriva il caffè. Non è malvagio ma non è neanche quella cosa che ti fa gridare gli occhi e il cuore di gioia e di piacere. Mentre giro lo zucchero con il cucchiaino penso a come si potrebbe raccontare una storia per un caffè, con un qualcosa magari mai raccontato prima.

Il tuo lavoro ti porta ad incontrare molte persone, allievi nei tuoi corsi, imprenditori, aziende. Quanto è cambiato secondo te il modo di comunicare o per meglio dire, come è cambiato il modo di intendere la comunicazione? 

Lavoro nel settore sanitario da alcuni anni ed è la cosa più bella che uno storyteller possa fare. Raccontare chirurgie, dolori, ricerca, innovazione, malattie è davvero una bella cosa. Non è una sfida è un regalo. Io piango quando faccio storytelling in campo sanitario, soprattutto per settori particolarmente delicati come per ricerca in ambito tumori per esempio. Lo senti vero? Solo a leggere la parola che ho appena scritto si percepisce la grandezza e la serietà. Io lo racconto senza avere paura pur avendone tantissima.  La comunicazione per me è verità. 

Quando incontro grandi ceo e imprenditori ecumenici sento l’artificio talvolta. Questo sì. Il mio lavoro mi ha portato a percepire sempre di più la verità. Chi è vero, chi lo è meno. 

 Una delle cose che amo tantissimo è sicuramente lo storytelling. Al di là dell’attenzione che pongo sul lavoro quando racconto una storia con la fotografia, mi piace molto conoscere tutto ciò che è possibile della persona, dell’azienda, o della situazione che sto fotografando in modo da poter essere quanto più onesto e vero possibile.

Non amo molto gli artifici, ma la semplicità. Secondo te, oggi, in che modo ci si approccia allo storytelling e soprattutto quanto il pubblico finale lo recepisce e apprezza?

Lo storytelling è anche la persona alle poste che racconta una storia e tutti iniziano ad ascoltare perché magari è interessante. Lo storytelling è il cartello del contadino che dice “oggi le fragole sono fresche e dolci”. Noi lo chiamiamo storytelling come se fosse la new entry dell’ultimo decennio ma esiste da quando siamo nati. Lo apprezziamo nella misura del racconto stesso. C’è chi non sa raccontarsi ed è noioso anche nel riportare l’avventura più sfrenata. La stessa cose per i brand. 

Ora non voglio fare quello che ti fa i complimenti perchè sei qui, ma amo molto il tuo modo di comunicare, soprattutto con i video. Ho visto i tuoi contenuti per SMAU con la rubrica 5 minuti. Come è nata la collaborazione con SMAU e qual è il tuo canale di comunicazione preferito. Dove ti senti più a tuo agio?

La ceo di Smau, la grande Donna  Valentina Sorgato è una donna molto avanti. Le piace anche sperimentare. Avevo vinto l’Oscar Smau come video più visto nel 2020 quindi abbiamo creato un “continuo” per raccontare agli spettatori qualcosa di nuovo sul modo di comunicare. 

Mentre parliamo si ferma una persona accanto al nostro tavolino, riconosce Deda e ha in mano il suo libro. Con un sorriso nascosto dalla mascherina ma ben visibile e netto dagli occhi, ci chiede scusa per il disturbo per avere una foto e un suo autografo. Uno scambio di battute, una delicata risata della fan e va via salutando e felice di questo incontro.  Mentre ritorniamo a parlare mi viene in mente proprio di chiederle: Ti è mai capitato altre volte? Come è cambiata la tua vita sociale da quando hai iniziato a fare la formatrice e la content creator?  

Mi viene da ridere perché in pratica nella mia vita lavorativa è sempre bellissimo interfacciarsi con le persone mentre con gli amici è paradossale a tratti comico. Devi immaginare che loro mi conoscono da sempre e quando provo a raccontare le mie lezioni o i miei metodi sono sempre grandi risate, non riescono a prendermi sul serio. Dall’altra parte invece ho tante  persone che mi seguono, mi mandano regali, mi taggano nei social…se lo racconto ai miei amici loro iniziano a prendermi in giro. Insomma non posso mai gongolare della mia notorietà. ahahah

“Rendere complicato ciò che è semplice è cosa banale; trasformare ciò che è complicato in qualcosa di semplice, incredibilmente semplice: questa è creatività.( Charles Mingus) 

Devo essere onesto, mentre leggevo il tuo libro non mi sono messo a fare gli esercizi in modo categorico ma in mente pensavo, provavo soluzioni, schemi mentali, idee. E mi è servito, molto. Ho apprezzato molto la struttura del libro e la modalità come se fosse davvero un manuale operativo, come se fossi in aula di un tuo corso. A proposito di corsi, negli ultimi due anni si è ricorso molto alla dad, ai corsi on line. Quanto è cambiato per te il modo di fare formazione? 

Per il periodo Pandemico ho insegnato abbastanza in tutta Italia. Non mi sono effettivamente fermata perché per alcune attività “laboratoriali” anche gli istituti pubblici superiori o universitari potevano continuare. Alcuni allievi erano in dad e altri in presenza. 

Ma un corso di scrittura l’ho fatto quasi tutto in dad. So fare a tenere i ritmi e adattare le lezioni a seconda del mezzo. Le impostavo più veloci, con tempi direi televisivi e diventavano molto dinamiche. 

Nell’attesa prendiamo un altro caffè e questo è decisamente buono. Noto che è cambiato turno ed ora c’è un altro ragazzo dietro la macchina del caffè. Noto che c’è anche più gente ora ed è decisamente una bella cosa, riappropriarsi degli spazi, visitare le librerie, acquistare libri nei negozi fisici. Non me ne voglia Amazon, ma con le dovute attenzioni, stare in libreria è altra storia. Sono trascorsi già 90 minuti. Abbiamo entrambi il treno che ci riporterà nelle nostre rispettive città.

Siamo in dirittura d’arrivo Deda ti pongo la domanda di rito quali sono i tuoi prossimi progetti?

Sto cercando di incanalare bene il progetto di un nuovo libro per Flaccovio più improntato sul design thinking e molto più illustrato. Per quanto riguarda la formazione ho un format diverso in testa dove si mischia sperimentazione sonora con suggestione vocale con il fine di scrivere e produrre contenuti incredibili. 

Ho anche un altro progetto in essere ma la mia identità è segreta ovvero è conosciuto con un mio pseudonimo. Questo è molto divertente. Consiglio a tutti di avere un progetto segreto, anche piccolo piccolo. 

Un piccolo segreto. 

Grazie mille ancora per la bellissima chiacchierata. 

Prima di uscire e andare via le chiedo anche io un piccolo autografo con dedica,facciamo un giro in libreria e non manca ovviamente l’acquisto per entrambi. La stazione è vicina e proseguiamo insieme chiacchierando finchè non arriviamo in stazione e ci salutiamo. Mentre attendo penso che questo incontro sia stato molto importante per me per vedere anche in altro modo il mondo che mi circonda e mi viene in mente l’aforisma di C.G.Jung in apertura del libro di Deda:

“Cambiare cappello significa cambiare idee, avere un’altra visione del mondo”

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